![QUANDO LA MUSICA DI UN AMORE VA IN FUMO [GALASSIA UNO – RACCONTI ALL’ INFINITO / 15] QUANDO LA MUSICA DI UN AMORE VA IN FUMO [GALASSIA UNO – RACCONTI ALL’ INFINITO / 15]](https://www.romacampodeifiori.academy/wp-content/uploads/2025/03/Video.Guru_20250311_170558550.gif)
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DI WALTER GALASSO

Luciano Fregolese non è uno yuppie in carriera, non sgomita per arrivare lassù, in vetta al potere, con colpi bassi e trattative do ut des con il demonio -mezza anima in cambio di doppia poltrona-. Nuota ideologicamente in un grintoso impegno politico, ma lo fa più per cultura che per ambizione professionale.
Savio come un matusa plurilaureato, mentalmente fresco come un bebè che a un anno sappia già leggere e scrivere e in questi exploit si diverta ingenuamente, il Nostro è un fedelissimo ultrà di un partito -al centro dell’italica gauche- che sta all’opposizione e ne è fiero, non alleandosi mai con personaggi da operetta pur di essere in una coalizione purchessia. Luciano si dà da fare, cerca, nel suo infinitamente piccolo, di fare proseliti, ogni tanto arrivando finanche a tentare di catechizzare alla rossa causa cittadine e cittadini in un tour metropolitano porta a porta. Talvolta si busca un “vaffanculo”, talaltra qualche pia signora si prende la briga di ascoltarlo, magari offrendogli una fumante tazzina di caffè. Nel momento più fortunato di questa propaganda un marcantonio, il robustissimo pensionato Mario Polidoro, gli dice, alla fine della loro conversazione vis-à-vis, “sei un guaglione in gamba, sai il fatto tuo, e ti ammiro, anche se nemmeno sotto tortura darò un mio voto al tuo partito: secondo me, e ti auguro ch’io sia un buon profeta, tu farai strada”.
Questo signore, che ne prevede l’ascesa nel firmamento del Palazzo perché ci crede, non certo per regalargli l’obolo concettuale di un beau geste, forse sarà smentito dai fatti appunto perché questo militante, al netto della sua discreta bravura, non è assetato di potere, come diversi suoi coetanei. In lui prevale la voglia di condurre una giovanile esistenza all’insegna dello sport, del cazzeggio, di un edonistico divertissement. Sacra la partitella a calcetto in ogni fine settimana, con gli amici storici, anche se lui, il più scarso di tutti a livello tecnico, viene messo puntualmente in porta da tutti gli altri, che interpretano il ruolo del numero uno come l’incarico da dare al più brocco della compagnia.
Questo rito del weekend gli costa qualche attrito con la sua girlfriend, Elisabetta, che non gradisce, pretende che il suo ragazzo si consacri a lei, e riservi ai suoi amici le briciole del suo tempo libero. Il match di football, comunque, è solo, a livello di cause della tensione nel loro ménage, la punta dell’iceberg. Lei gli dà filo da torcere, con il suo caratterino non proprio mansueto. Alla squinzia ‘sto compagno sta stretto, apparendole un soggetto poco eccellente, banalmente nella norma, lontano anni luce dall’essere un maschio alfa superman. In realtà la ragazza, in questa ingenerosa disistima -una sgradevole sottovalutazione dell’indubbio talento del partner- riflette il suo viziaccio di ridimensionare le altrui virtù per meglio evidenziare il proprio valore. Elisabetta ha la spiccata attitudine a un’autostima esagerata, viziata da delirante presunzione.
Quando, per esempio, dopo un lungo periodo di disoccupazione, riesce a trovare un lavoro come commessa in un negozio, grazie alla raccomandazione da parte del cognato della sorella del socio in affari di suo zio Carmelo, si monta la testa per un motivo che a qualche soggetto del tutto sano di mente può apparire tanto assurdo quanto ridicolo: quel locale, uno store di abbigliamento, è ubicato in pieno centro. La signorina, che lavora nello staff con un pavonesco atteggiamento da primadonna, crede di essere protagonista di qualcosa d’importante. Alza la cresta, diventa ancora più altezzosa e, quanto alla sua relazione sentimentale, non di rado tratta lo sfigato signor Fregolese come una sporca pezza da piedi. A ciò si aggiunge che, siccome l’esercizio, data la sua buona posizione urbanistica, è frequentato da molti clienti, e alcuni sono giovanotti che guardano queste ragazze con occhi libidinosi, lei, sentendosi bramata sessualmente, si monta la testa, si reputa un lussurioso oggetto del desiderio, e in questa sensazione di torbido protagonismo la sua civetteria cresce, e con essa la sua disponibilità a peccare in qualche torrida scappatella.
Un suo licenzioso adulterio è nell’aria: avviene un lunedì pomeriggio. La carne è debole, l’immoralità della vendeuse fortissima, e sommando l’aggettivo con il superlativo si ottiene la sveltina ch’ella fa con un giovinastro, Max, in un camerino. Massimo, entrato nella bottega per acquistare un paio di pantaloni, nella ricerca dell’articolo nota Elisabetta, e ne apprezza la bellezza, cominciando a corteggiarla come un moscone intraprendente. Complimenti à gogo, sorrisi a tanti pollici -così smaglianti che quelli Durban’s erano tristi smorfie rispetto ad essi-, atti in salsa di becera galanteria, e finanche, al momento opportuno, un occhiolino galeotto. L’allegorica tavola del sesso è preparata, lei, se tanto dà tanto, ci sta, e forse interagisce con souplesse con il drudo nella misura in cui la direttrice, la signora Adelaide Persichella, una tipa seriosa e spesso bigotta, è assente, e un amico di Luciano, uno politicamente scorrettissimo, direbbe, con uno sfottò al vetriolo, “quando la gatta non c’è le zoccole ballano la samba”. Questa danza avviene quando il cliente, recatosi nel fitting room per provare i blu jeans, la chiama per chiederle come gli stiano i calzoni. Ella s’avvicina alla potenziale alcova, non si limita a restare sul suo limitare, entra vede e… Godono, e la demoiselle non sa nemmeno come si chiama il suo occasionale partner.
Lei ignora che questo mezzo bandolero nel suo passato prossimo s’è macchiato del reato di revenge porn, sfruttando materiale prodotto proditoriamente da un complice, che filmava tutto mentre lui aveva un rapporto sessuale. Meno male che in questa situazione non gli è proprio possibile un’altra porcheria del genere. Però si accorge del loro coito un’altra vendeuse, Laura, che non sopporta Elisabetta, l’ha presa in antipatia dal primo momento in cui l’ha vista. Lì per lì non dice e non fa nulla, anzi si allontana dal teatro dell’orgasmo, e poco dopo, quando il giovane se ne va, fa finta di non saperne nulla, di non essersene accorta. Successivamente, però, inasprendosi in modo esponenziale il loro conflittuale rapporto di colleganza, Laura, apostrofata dall’altra con la ruvida parolaccia “stronza”, proferita all’acme del loro litigio, per vendicarsi si adopera affinché arrivi alle orecchie di Luciano la notizia di quel proibito rapporto. E arriva. E la coppia scoppia.
Luciano è un tipo tranquillo, non è un Otello, si picca d’essere liberale e democratico nella sua mentalità in amore, ma, nel commentare con il suo più caro amico, Peppe, il perché e il percome della sua stizza, e della sua decisione di rompere con la fellona arpia, dice “tollerante non significa coglione”, e Peppe annuisce, dando così la sua teoretica benedizione all’inquieto risentimento del povero cornuto.
Il ragazzo, ridiventato single, non ha dubbi sulla razionalità della sua decisione, ma, è ovvio, l’affronto gli brucia e la sua psiche, non serena, abbisogna di un supplementare impegno mentale per metabolizzarlo appieno.
Il suo onore ha preso una brutta botta, un’indelebile stangata. È molto difficile che la sua psiche possa obliare, per esempio in processi di utilitaristica rimozione, il tradimento subito. ‘Non me lo doveva fare’ x 3: nel giro di sei minuti ripete mentalmente tre volte il banale lamento, provando per la fedifraga Elisabetta un odio profondo come un pozzo -in un podere di suo zio Mario- vicino a una vigna dove, quand’era un bambino spensierato al cento per cento, ogni tanto andava a giocare con suo cugino Ugo, e il saggio Mario non si stancava mai di ripetere, a figlio e nipote, “mi raccomando, non vi avvicinate a quel pozzo”. Luciano, certamente intimorito da esso, ne era al tempo stesso affascinato, chiedendosi quanto esattamente fosse profondo, il livello dell’acqua fino a che punto arrivasse e, soprattutto, se dentro ci fosse qualche animale, come un mostruoso serpente. E adesso, in questo brutto quarto d’ora, dentro il suo livore per la ex che bestia pulsionale si nasconde?
Lo sgarro -ché così egli interpreta l’evento- gli fa male, anche perché quel rapporto è stato consumato in modo anomalo, della serie: ‘O Famo Strano. Non proprio alla luce del sole, ma nemmeno in quell’assoluta riservatezza in cui molti cervelli tendono a immaginare ogni amplesso sessuale. In un camerino, dove chiunque poteva da un momento all’altro entrare, con il rischio che qualche guardone spiasse, con l’elevata probabilità che qualche eventuale testimone oculare potesse scattare una fotografia o girare un pruriginoso cortometraggio a luci rosse, per poi inserirlo nella Rete. La sua donna che fa l’amore con un altro, il video diventa virale e il povero, tapino becco fa una figura di merda in mondovisione: questo schema aduggia la vittima quando balugina al suo ferito e prostrato cervello, il signor Fregolese è alle corde, si sente nel desolato e alienante centro d’una disfatta della sua reputazione.
Un’altra sfumatura -di quella slealtà- che lo turba particolarmente è il fatto che, alla luce di quella insolita situazione, quel rapporto è -almeno nell’interpretazione che ne dà questo povero ragazzo- sintomatico di un’attrazione irresistibile provata da lei verso quello stronzo. La ninfomane non è stata capace di vincere la tentazione, del tutto in balia della sua sconcia lussuria, ‘come un animale femmina in calore’, egli pensa mentre, attraversando una strada, si accorge, nella brevissima emigrazione da un marciapiede a un altro, che una storica caffetteria del centro, per anni un gettonato tempio di movida dernier cri, ha chiuso i battenti. Lui, che ne è stato fedelissimo avventore fino all’anno scorso, resta ovviamente stupito di fronte a questo imprevedibile “The End”, e anche dispiaciuto, ma nella sua attuale lettura di quella chiusura il moto di solidale malinconia dura un amen. Ben presto, infatti, prevale nella sua mente, qual precipuo senso di quel locale spoglio come un deserto in città, la similitudine con sé, con quello che sta provando in qualità di giovane già fidanzato, costretto obtorto collo a regredire allo status di scapolo. Quel bar, che fu sulla cresta dell’onda, ritrovo sold out di battaglioni di crapuloni fricchettoni, e adesso è un Sahara dietro il cartello “Affittasi”, gli sembra una plastica icona, dannatamente tridimensionale, del pessimo stato, a livello sia spirituale che biologico, in cui versa la sua identità di uomo amante dell’amore.
Sì, lui anela a essere felice nella migliore delle storie possibili e immaginabili, ma, a seguito del cocente trauma in oggetto, è nitidamente infelice. Potrebbe esclamare la balla “per il momento ho chiuso con le donne, sto bene con me stesso, sono mio”, ma, meglio così, non lo fa. Il dolore romantico che lo permea, in bilico tra assenzio e sospiri, è struggente, fa male più di un rustico battipanni, di giunco, ripetutamente scagliato, da un didattico torturatore, sulle chiappe di un povero sedere, fino a farlo diventare rosso come un tramonto, ma… Ma non arriva a rincoglionirlo al centouno per cento. Il ferito, pur menagramo e bistrattato da un Fato avverso, è lucido, ancora capace d’intendere e di volere, soprattutto di volere un’altra donna.
Forse il merito di questo zoccolo duro di buon senso -ché solo un minchione, dopo essere stato vilipeso da una donna, può prendersela pure con altre fate del gentil sesso- è di Carla, una sua cara amica, con cui ieri ha conversato a lungo via smartphone, in una call fiume. La signorina ha assunto un filantropico e ibrido atteggiamento, in parte pia crocerossina intenta a lenire, come un balsamo intellettuale, le sue sofferenze, in parte Ninfa Egeria, affettuosa mittente di un consiglio atto a regalargli un efficace antidoto alle sue correnti pene. Poco importa che, in questa seconda identità, si sia limitata a una dritta non proprio originalissima: “Chiusa una porta si apre un portone”, prolegomeni all’esortazione “guardati intorno, lascia aperta la porta del cuore, vedrai che una donna è già in cerca di te”. La guru in gonnella ha dunque mixato Alexander Graham Bell e Marco Ferradini, con sincretismo culturale e becero eclettismo, ma, a parte l’innocente possibilità di far meglio come aspirante filosofa, gli ha senza dubbio giovato, spronandolo a non fare il piagnone, a non incartarsi in un autolesionistico e ossessivo riferimento al nocumento subito, tuffandosi con ottimistico slancio nell’avventuroso e saporito tentativo di ritornare, con una nuova partner, ad assaporare le gioie dell’amore e del sesso.
La risalita del ragazzo inizia, anche se lentamente. Del resto, a proposito di proverbi e wellerismi banalotti, è vero che a un tramonto segue sempre un’alba, nel ciclico rito cronologico delle ore che marciano come corridori eterni, ma fra un crepuscolo e la successiva aurora deve pur sempre trascorrere una notte, fatta di buio in cattedra, luci artificiali, meno movimento intorno, eccetera. Luciano attraversa un fioco tunnel, con inappetenza -e lui quando sta psicologicamente in forma è un buongustaio che dà soddisfazione allo chef-, difficoltà a stare fra le braccia di Morfeo, diminuita facoltà di concentrazione, e una prosperosa falange, nemica fra le ideali e noetiche pareti del cervello, di tarli. Percuotono la sua serenità, come il gagliardo becco di un picco tortura ritmicamente la superficiale corteccia del fusto di un albero. Il più molesto e ossessivo pensiero è l’immaginazione di loro due insieme, mentre lo fanno. Urca!, che disperato, elettrico, incazzato tormento! Che gran voglia di spaccare la faccia a quel gran figlio di… Peccato che Luciano non sia il pugile campione mondiale dei pesi massimi, altrimenti gli farebbe vedere i sorci verdi, condannandolo, a suon di botte e lividi e bernoccoli, a pentirsi d’essere nato. Comprensibilmente ‘sto debole dura fatica a uscire dalla suddetta galleria, che nel suo sensibilissimo tempo interiore sembra lunga come l’equatore o forse più, però, dagli oggi e dagli domani, a un certo punto il paziente può ben dire a se stesso di aver superato quel trauma.
Una prova provata? Presto scritto: non è più disturbato da scene di sesso in tivvù, in qualche film osé. Buon segno, questa disinvoltura vuol dire che la ferita si sta cicatrizzando, e l’apparato genitale del cornuto, dopo una drammatica parentesi di ‘stand-by’, sta ritrovando, in una bonaccia terapeutica, la perduta normalità.
La definitiva guarigione, cioè il momento in cui ritorna a fare l’amore dopo l’astinente castità post-traumatica, avviene in un rapporto con Beatrice, una prostituta. Il giovane, galvanizzato dall’orgasmo provato, l’indomani, quando ne parla alla stessa Carla, si busca una rampogna moralistica, ma non se la tiene. Fa presente all’amica -probabilmente nel tentativo di togliersi dalle scarpe i sassolini del tradimento subito- che la sostanziale differenza tra Bea ed Elisabetta consiste nel fatto che alla prima ha dato pochi soldi e direttamente, alla seconda molti, indirettamente. Carla -è fidanzata con un uomo, buon partito, che a Luciano non è mai sembrato il suo tipo ideale- gli sbatte il telefono in faccia, e lui se ne duole, ma il dispiacere per questo affronto è meno grande del piacere provato nella vendicativa accusa. Una sottile soddisfazione albeggia nel suo animo, mentre la musica del passato amore fra lui ed Elisabetta va definitivamente in fumo.
Walter Galasso