UN PREGIUDIZIO BOOMERANG   [Bozzetto  27]

UN PREGIUDIZIO BOOMERANG   [Bozzetto  27]

UN PREGIUDIZIO BOOMERANG   [Bozzetto  27]

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DI WALTER GALASSO

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   Nel cielo di Belandia, cittadina non piccina e non megalopoli, splende un Sole che sembra un disco spaccone, sicuro di sé, un boss che brilla di luce propria. Nella sua abbagliante leadership non va a rimorchio di altre parti dell’universo, avendo in sé, nel suo incandescente e giallissimo animo, la prima causa della forza di cui si bea.
   Stranamente, però, il celeste -in sgargiante e incontaminata purezza- del settentrionale sky subisce un repentino mutamento. In men che non si dica appaiono, come invasori senza bon ton, tante minacciose nubi, foriere di rovesci -alcune hanno una forma strana, simile a un rebus che sfotta l’intelletto di un interprete e lo sfidi a decrittarlo con pimpante intuito-. La paura di molti fifoni, fra cui Giuliano Posavenere, affetto da meteoropatia, è fondata: all’improvviso inizia una fastidiosa pioggia.
   Un audace e vispo vu cumprà, fregandosi le mani, tenta subito di intraprendere una piccolissima transazione import-export: offre un ombrello e chiede denaro in cambio. Ci prova con un passeggiatore seriale, un certo Osvaldo Littosano, un figuro dall’aria vagamente allucinata.
   Costui è solito andare avanti e indietro su uno dei due marciapiedi ai lati di Via Anita Garibaldi -il nome della street è dovuto alla sindaca di questa cittadina, Paola Urto, una rossa pasionaria che ha, come core business del suo impegno, un vivace femminismo, che l’ha indotta a sostituire, nel toponimo in oggetto, il notissimo “Giuseppe”, a dir poco déjà vu, con il nome della moglie, per rivalutare l’onore di Ana Maria de Jesus Ribeiro-. Os, com’è stato ribattezzato in questo quartiere, forse ha qualche problema, e si vede palesemente, come un trasporto eccezionale su un’autostrada. Ha qualche rotella fuori posto, e meno male per lui che non è nato secoli fa, altrimenti qualche concittadino avrebbe sicuramente detto, vedendolo per la prima volta e ancora a piede libero, “una segregazione in manicomio non gliela toglie nessuno”. Oggigiorno, fortunatamente, ha tutto il salubre e fosforescente diritto di abbandonarsi, nelle sue interminabili passeggiate, a un’ossessiva, e forse autolesionistica, coazione a ripetere. La sua non equilibrata personalità avverte un dannato, enigmatico, irregolare bisogno di un moto di indole compulsiva, a cui egli si dedica, in una bizzarria esponenziale, ostentando una postura strana. Il suo sguardo è fisso, come se davanti a lui ci sia una persona alle cui spalle qualcuno, per uno strano pesce d’aprile, ha appeso una riproduzione di un capolavoro di Picasso, e Osvaldo lo guati con strampalata ammirazione.
   Si ha la sensazione -non sospettando nemmeno per un istante ch’essa sia una cazzata totalmente destituita di fondamento- che la sua mente, in un curioso paradosso, nella sua debolezza si sia prodigiosamente affrancata da quella collezione di condizionamenti esterni che in genere grava come un dispettoso fardello sul cervello dei soggetti normali. Lui, nel suo insensato pendolarismo fra la gente, nel suo walking senza un preciso scopo, fa una figuraccia, tant’è che molti monelli teddy boys ridacchiano alle sue spalle, eppure se ne frega, pensa solo, in un’arrugginita concentrazione, a coltivare il suo ammalato hobby, costi quel che costi, e in qualsiasi condizione climatica.
Perciò anche adesso, sotto l’acqua che cade dall’alto come un assalto di tanti insulti, va, cammina, e l’esercente ambulante, che è emigrato qui solo pochi giorni fa, e non ha mai visto prima di adesso ‘sto pistola, nulla sapendo in merito alla sua mezza alienazione gli si avvicina, provando a sbolognargli uno di quei rachitici ombrellini, tascabili e fetecchie, che, se tanto dà tanto, sono destinati a rompersi qualche ora dopo -nella migliore delle ipotesi- rispetto al loro debutto. Il venditore ci prova, il potenziale acquirente lo ignora completamente, il primo ripete l’offerta, in un bis pieno di automatico ottimismo, e il secondo, affetto da una peculiare sordità -psicologica, non organica-, forse passivamente turbato da questa uggiosa vicinanza, o forse in preda a un rivoluzionario bisogno d’una svolta di serie C, fa un’inversione a U, con i capelli bagnati fradici, ostentando uno sguardo sul suo orologio -lo strumento attornia il suo polso sinistro, e la sua mano destra alza enfaticamente il bordo del giaccone, per far vedere a tutti che ha qualcosa da fare, entro e non oltre un certo orario-.
   Poi, agile come uno scoiattolo gigante, cambia ancora la traiettoria della sua nevrotica marcia, stavolta in una svolta a novanta gradi, imboccando un angiporto, dov’è parcheggiata l’utilitaria di una commessa, Daniela Molisano, che lavora in un limitrofo negozio di abbigliamento, accanto al salone del burino coiffeur Emilio, un figaro affetto da molte paturnie, avvezzo a lavorare con una mascherina davanti alla bocca, ché è terrorizzato dalla possibilità d’imbarcare germi. La demoiselle, forse leggermente razzista nei riguardi di Os, che ai suoi occhi cerulei appare il classico scemo del villaggio, nutre sospetti verso questo ‘diverso’. Il fatto che paia non sano di mente è, nella sua frettolosa interpretazione, la preoccupante spia della possibilità che il suo cervello deliberi da un momento all’altro l’inconsulta realizzazione di un nocumento altrui. Il suo guardingo Io paventa che quel matto possa danneggiare la sua automobile, per esempio sfregiandola con insensato vandalismo. Certo, non le risulta che abbia mai avuto guai con la giustizia, nella città si mormora, in pissi pissi intermedi fra lo snobismo e l’assoluzione, che abbia perso, per misteriosi motivi, il senno ma, al netto dei suoi squilibrati usi e costumi, sia in ultima analisi un citrullo innocuo, un tipo che non ha mai fatto del male a una mosca, però fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. È d’uopo tenere sotto controllo la situazione. Sulla base di questo paranoico presupposto la commerciante, vestita tale e quale a una vocalist d’una band durante l’ultimo Festival di Sanremo, come sempre felice di essere se stessa, si assenta, brevemente e celermente, dalla bottega -inaugurata nove mesi fa: lo stesso arco cronologico che in una gravidanza si distende dal concepimento al parto-. Fortunatamente ha smesso di piovere, non occorre un riparo sulla testa.
   Quando ella arriva all’angolo delle due vie, e getta un’occhiata verso la sua amica a quattro ruote, all’inizio sobbalza, pensando che nei suoi sospetti purtroppo abbia azzeccato la verità. Os, infatti, è vicino al lunotto. Lei, siccome si trova, rispetto al veicolo, non lontana ma nemmeno vicina, non riesce a vedere bene quel pirla cosa stia facendo, nondimeno i suoi radar si mettono in allerta. Uhm, qui gatta ci cova, da uno come quello ci si può aspettare di tutto, pure che voglia aprire il serbatoio per buttare acqua nel carburante e sabotarne la piena funzionalità, o che con un rasoio voglia ferire la superficie di una gomma. La ragazza si avvicina lemme lemme, pronta a gridare a squarciagola, per lanciare un S.O.S. con un urlo peggiore di quello di Munch. Arrivata a un tiro di schioppo da lui, non senza un pizzico di fifa, l’uomo se ne va, ma con grande calma, perché non ha nulla da nascondere: stava solo guardando, con tenerezza, una chiocciola. Fiuuu!, la squinzia tira un sospiro di sollievo.
   Peccato che, quando rientra nel negozio, si accorge che qualche mariolo, nella sua breve assenza, ha trafugato dei vestiti, esposti su uno scaffale vicino all’entrata.

Walter Galasso