![UN PANTOFOLAIO, MOSCIO NEL PROPRIO GUSCIO [Bozzetto 28; COVER: VIDEO BY Anghy Carmen] UN PANTOFOLAIO, MOSCIO NEL PROPRIO GUSCIO [Bozzetto 28; COVER: VIDEO BY Anghy Carmen]](https://www.romacampodeifiori.academy/wp-content/uploads/2025/03/Video.Guru_20250323_114228849.gif)
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DI WALTER GALASSO

Un ondivago movimento splende nell’oceano interiore, ogni tanto producendo, per effetto di un endogeno slancio verso il passato, superficiali bollicine di vaga malinconia. L’animo è dolcemente in balia di questo spirituale e psicologico tourbillon, in un invisibile, eppur fortissimo, contrasto -quasi antitesi- fra il dinamismo all’interno della soggettività e una relativa stasi esteriore.
Il protagonista di questo viaggio narrativo, Uno, è assorto in un mix di rêverie, a base di arbitraria fantasia, e scrupolosa introspezione, finalizzata a ripescare passati eventi, inabissati negli scherzi dell’oblio, sfumature morali vissute tanti anni prima, e adesso apparentemente sparite, evaporate in un beffardo e involontario gap di ritentiva.
Quest’uomo, giovane -l’assenza di un superlativo già gli pesa-, alle prese con incipienti sgambetti d’una malevola nostalgia, sta percorrendo, nella noetica privacy della sua mente effervescente, distanze monstre, va su e giù -come un ascensore gagliardo nel suo meccanicismo pendolare- dal presente al preterito e viceversa. Ricorda mentre percepisce i risaputi oggetti della sua maison, vede soprammobili pigmei e giganti masserizie mentre si sforza di ritornare indietro nel tempo. È al centro di un semiantagonismo che può iniettare nel suo ambiguo Io -forte davanti, dietro precario- inquinati semi di stress, rendendolo più schizzato di un soggetto affetto, per importanti motivi di job, da un maledetto burnout, sindrome adorata da un suo lontano parente, uno psicanalista che si vuole arricchire facilmente.
È complesso e semplicissimo questo trentenne -per l’esattezza egli ha recentemente festeggiato il suo trentunesimo compleanno, piantando sulla torta un pari numero di candeline, ché crede di essere ancora lontano dal bisogno di sostituirle con un numero-. Da diversi giorni s’è tappato nella sua abitazione -a livello professionale lavora, sulla base di un avventizio contratto a part time, da remoto-, ma ‘sta clausura non inganni. Non è un complessato e fragile Hikikomori, come un suo ex compagno di scuola, andato in tilt dopo essere stato brutalmente scaricato dalla sua ragazza. Lungi da lui l’irrazionale viziaccio della misantropia -la odia, essendone radicalmente alieno, anche perché reputa che il suono di questa parola sia a dir poco buffo-.
La sua vita sociale non ha mai contraddetto la sua culturale indole di animale politico. Anzi, a dirla tutta, fino a qualche anno fa, facendo parte di un’eterogenea e promiscua comitiva, in questa cerchia passava per compagnone, boy dalla battuta facile, all’uopo pur capace di raccontare con maestria, e senza alcun imbarazzo, qualche barzelletta atta a far sbellicare dalle risate l’uditorio. È talmente votato alla socialità -una vocazione profondamente radicata nel suo segretissimo DNA- che in alcuni periodi della sua esistenza ha provato, in privato, una specie di fobica idiosincrasia verso la solitudine e i suoi derivati. In questi ammorbati frangenti ha avvertito lo spasmodico bisogno di fuggire dalla nuda inseità del suo individualismo allo stato puro, senza nessuno intorno. Tuffarsi nel tran tran delle interazioni con gli altri era un escamotage, in salsa di debole e vigliacco escapismo, per rimuovere meglio certe piaghe morali di pensieri molesti, che allegoricamente facevano ‘toc toc’ sul suo centro psichico come un picchio pare, con il suo micidiale becco che torturi un vegetale ramo, un tenerissimo martello pneumatico. Il signor Uno, a prescindere da questa componente utilitaristica della sua socievolezza, in essa si trovava nel proprio elemento, sentendosi meravigliosamente a suo agio. Secondo Sartre gli altri sono l’inferno? Nossignore, questo ragazzo ne dissentiva, non arrivando a reputare questa idea una cavolata solo perché di un grande filosofo non si deve mai parlare male in modo papale papale. Per questo ragazzo gli altri erano, quando vicini, sorgenti di vasto benessere, gl’indefettibili pilastri di una dolce comfort zone, risorse preziose. Erano e sono, bene inteso, però mentre in quelle situazioni Uno non poteva farne fisicamente a meno, necessitando della loro compagnia, abbisognando della loro presenza a un tiro di schioppo per stare al cento per cento benone, nel presente periodo ne prescinde.
Si è chiuso nel suo guscio, ostaggio del suo ermetismo, quasi invischiato in una coazione a ripetere doppiamente nociva -ogni ossessione già in quanto tale è un virus-. Il motivo di questo atteggiamento probabilmente è una sotterranea guisa di pigrizia, un’accidia non tanto fisica quanto psichica. Non gli va di spostarsi troppo sul globo terracqueo, perché si è buscata la fiacca attitudine a non avere a che fare con l’incasinato marasma en plein air. Preferisce starsene solo soletto nel suo microimpero casalingo, in un’assuefatta inerenza che implica, va da sé, più la ripetizione che la scoperta nel mentale bailamme della sua vicenda empirica. Per Uno, nelle sue attuali condizioni, la residenza è un’accogliente Heimat, una patria in senso lato, l’equivalente del mare per uno squalo performante, dell’atmosfera ad alta quota per un’aquila che non tema paragoni con un tecnologico jumbo. Il tetto, l’interno cielo a cui è attaccato un settentrionale lampadario in ogni stanza, per lui è un concetto protettivo e perfetto. Ogni parete è un usbergo che lo tutela dall’ambaradan del caos esogeno. In mezzo a esse si sente al sicuro, come un tizio che abbia contratto la cosiddetta agorafobia e se vada al centro di Piazza del Popolo, lì tradotto coattivamente da tre parenti, inizi a dare in escandescenze, in balia d’una tarantolata crisi epilettica, sclerando come un uomo non più compos sui, e suscitando ilarità in testimoni oculari privi di pietas e rispetto politicamente corretto.
Mister Uno, in questa peregrina e un po’ travagliata epoca della sua vita interiore, è un destabilizzato pantofolaio, vittima del bullismo perpetrato ai suoi danni da paturnie albeggiate in sé come aurore infette, imperfette, inclusive di un Sole giù di corda.
Lui, giova precisare, non si sente affatto in crisi, anche perché, come ha detto ieri a un’amica, Gigliola, in una telefonata durata più di un’ora, se voglia, se la sua volontà si metta con impegno a…, interrompe facilmente questa volontaria segregazione. Giustamente la ragazza, una che non le manda a dire, nonché una vera amica, capace, se necessario, di sgridare a fin di bene un pirla meritevole di una rampogna, gli ha detto e chiesto “E che aspetti a volere? Non ti rendi conto, accidenti, che sei sciroccato?”. Tale il giovane non è, la signorina, nel suo consiglio, ha picchiato troppo duro, nondimeno, al netto del metaforico loglio che va tolto dal suo rimprovero, merita un dieci e lode la parte che funge da grano, cioè la savia esortazione a darsi una mossa e a rituffarsi nell’esterna società.
Questo protagonista deve recuperare la sua gioia di fare un sacco di nuove esperienze fuori, oltre il suo sterile e autoreferenziale guscio. Si sta ammalando di autolesionistica indolenza, opera nell’ombelico d’una stasi forse masochistica, e se permanga troppo a lungo in questa impasse corre seriamente il pericolo che essa diventi cronica, e se ne occupi qualche giornalista in un articolo di cronaca spicciola.
Walter Galasso
Un emozionante e coraggioso viaggio nell’io più profondo dell’UNO che è dentro di noi e che ci fa paura