![UNA SUORA TRA SESSO E S.O.S. [Bozzetto 29; COVER “LA MELA DEL PECCATO”, BY VINCENZO PRESENTI] UNA SUORA TRA SESSO E S.O.S. [Bozzetto 29; COVER “LA MELA DEL PECCATO”, BY VINCENZO PRESENTI]](https://www.romacampodeifiori.academy/wp-content/uploads/2025/03/mixed-media-vincenzo-presenti-la-mela-del-peccato-dimensioni-l-66-x-h-24-cm-1_copy_206x600.jpg)
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DI WALTER GALASSO

Chiara Polline, nome di fantasia per non fare un molesto solletico alla sua privacy, passeggia a normale andatura, ammantata, con spartana semplicità, della sua tonaca religiosa. È una suora, ma non come tante altre. Ogni tanto la sua psiche è birichina, salta come una cavalletta, particolarmente atletica e pruriginosa, sugli uggiosi freni di pesanti tabù. Adesso, comunque, le sirene che veicolano ammalianti tentazioni sono in sordina, o forse, per scherzare in modo profano, stanno partecipando a qualche sciopero indetto dalla CGIL.
La donna deambula, vicino alla sede di un topico Ministero, con speciale grazia. Elegante, anzi elegantissima, porta a spasso la sua esile e raffinata silhouette, e nella ritmica falcata, intrisa di un’armonia quasi musicale, semina nell’aria una scia di mistero, vago e irregolare come un mago, e pure di profumo. Eau de toilette di serie A, un veicolo olfattivo di estetica provocazione, un indiretto simbolo, a uso di narici audaci, di fascino in senso sia lato che stretto.
Questa persona di sesso femminile può avere, nella percezione di qualcuno, un je-ne-sais-quoi che non perdona, una implicita e seducente carica di paradossale erotismo. Ella, bella, ‘sorella’ e ufficialmente sottoposta a una severa promessa di castità, talvolta assume atteggiamenti che possono risultare ambigui. Un esempio accade proprio adesso, quando, lei al centro della street, sbuca da un angiporto, come un imprevisto venuto da una zona inquietante dell’universo, un signore pimpante, un concittadino che si sta recando, pedibus calcantibus, in una stazione ferroviaria. Costui, Paolo Arabesco, mentre viaggia ascolta contestualmente musica in cuffia, intrecciando meditazioni irregolari e percezioni libere. Quando s’accorge della suora viene positivamente colpito dalla sua signorilità, dal suo involontario charme, dal non so che d’intellettuale che alberga in una parte della sua originale fenomenologia, e anche da una parte di lei che gli sembra tanto laica quanto maliziosa.
Una nuance che, qualche attimo dopo questo primo reciproco sguardo, viene ancor di più a galla in un incredibile colpo di scena: la donna sorride all’uomo, che viene letteralmente conquiso da quello smile del tutto al di fuori della norma.
Per un attimo Paolo avverte la rivoluzionaria tentazione di salutarla, di creare un ponte purchessia tra sé e lei, di iniziare a parlarle con una scusa qualsiasi. Non osa -nel profondo della sua coscienza così come nel suo cerebrale nord, cioè nel cervello- ipotizzare di poter intraprendere una serie di eterodosse avances. Non è bigotto e parruccone, anzi abbonda l’elasticità nella sua visione del mondo, però non rientra neppure nella categoria dei conquistatori temerari, capaci, nella loro carriera di godereccio romanticismo, di alzare l’asticella e dar vita a res gesta pionieristiche. Non se la sente di provarci con una donna religiosa, remore etiche lo inibiscono come ganasce potentissime, aggiogandolo a un regime di repressione della sua libido in rapporto a quella deliziosa fata.
A parte questi normalissimi scrupoli, lui versa in un autolesionistico tentennamento anche nell’interpretazione di quel sorriso. Non vuole correre il pericolo di esagerarne la portata. Si esorta, nella ridda di dubbi in merito alla sua quintessenza, a mantenersi al di qua di un ottimismo troppo spinto. Un bicchiere alto venti cm, con acqua fino al centimetro 10, non va reputato né mezzo pieno né mezzo vuoto se quel liquido non sia potabile: questo concetto, al quale è molto legato in una sopravvalutazione della sua pregnanza teoretica, egli ebbe a esporre, due anni fa, a una sua cara amica, Mara, in un abboccamento nel dehors d’un locale sold out, per fare colpo su di lei, per farle vedere che è un tipo con molto e ottimo sale nella zucca. Fece leva su tale idea perché la reputa molto brillante, la equipara al fulcro d’una mentalità nella quale un soggetto sia sempre sul pezzo, perennemente capace di inquadrare ogni evento nella sua vera situazione. Nel caso in questione l’allegorica acqua non potabile, che non gli permette a priori né l’ottimismo né il pessimismo nel decrittare l’eventuale potenzialità libidica del sorriso in oggetto, è proprio il ruolo esercitato da quella donna nella società. Paolo, pur capace culturalmente di impennate nell’arte delle avventure controcorrente, nel campo delle questioni rosa è un pensatore d’antan, all’antica. Per lui una suora non deve avere nulla a che fare con il sesso, con i piaceri della lussuria. Forse, proprio a voler esagerare in slancio hard, può essere protagonista di un amore platonico, ma nemmeno di questa idea il dottor Arabesco è convinto al cento per cento.
Alla luce di questi pregiudizi, il viandante decide di inserire quel meraviglioso sorriso in un indelebile album interiore di ricordi speciali, senza però innestare su questa esperienza nessun concreto proposito di sviluppare ulteriormente l’embrionale rapporto con la sorella. La guarda con affabilità e rispetto, bravo a dissimulare il suo interesse amoroso, e va oltre, certo di non aver perso nessuna occasione romantica.
E invece si sbaglia. Perché Chiara, se lui avesse assunto un atteggiamento più intraprendente, forse… Chissà, mai dire mai. La signorina Polline, che prosegue la sua passeggiata cambiando leggermente espressione facciale, in una coupure sintomatica di un peggioramento del suo stato d’animo, ha sorriso allo sconosciuto nella misura in cui è permeata dell’anelito a stringere con qualche maschio rapporti che non siano solo culturali e scevri di eros. Non ha deciso di derogare ai suoi doveri d’astinenza, però non ha neppure deliberato il contrario. Il suo cuore è aperto eventualmente anche all’elettrica, grave e piacevolissima idea di una impertinente trasgressione, anche perché, ebbene sì, ha già combinato una mezza frittata, indulgendo a una marachella di cui ella non si è mai pentita al mille per cento.
Il signor Gustavo Oleandro -caro amico di un sacerdote, don Gino, che per Chiara è come un caro parente-, nonostante il fatto che sia sposato, e pure da molto tempo, con figli, e la domenica mattina, dopo la messa, faccia la sua regolare passeggiata al fianco della consorte, ostentando verso la moglie un devoto e canonico rispetto, quando ha conosciuto, nella parrocchia del buon Gino, la leggiadra Chiara ha perso subito la testa. Stavano chiacchierando tutti e tre: il prete parlava, e Gustavo, viscidamente doppio, faceva finta di ascoltarlo e intanto sbirciava saltuariamente questa dea meravigliosa e unica. Egli era ormai sprofondato, in un tourbillon drammaticamente sensuale, in un colpo di fulmine, e nella sua invisibile interiorità ospitava altissime fiamme di proibita passione. E lei? Lei, duole scriverlo, non è stata leale con se stessa. Perché non può non essersi accorta della poetica libidine che quel mandrillo sprizzava dal sessanta per cento dei suoi pori. Ogni sua occhiata era una carezza hard, la sua espressione sdolcinata era un sacrilego sinonimo di “ti desidero”. Chiara ha capito, tant’è che a un certo punto è arrossita, e don Gino, ingenuo e candido, “Chiara, ti senti poco bene?”. “No, Gino, non è niente, solo uno sbalzo di pressione”.
Suor Chiara, nel passato frangente in cui Gustavo, invaghitosi di lei, le ha fatto capire la propria passione con sguardi inequivocabili, è stata integerrima. Impermeabile ai significati comunicati con quelle occhiate, capace di respingere all’eccitato mittente le sue embrionali avances, coerente con il suo eroico voto di castità. Anzi, le si fa un torto narrativo se non si aggiunga un pregnante dettaglio psicologico della sua reazione, sia lì e allora, in quel mentre, che a posteriori, a bocce ferme: ella si è fortemente infastidita, ne è stata alquanto aduggiata. Il fatto che quell’impertinente M -questa consonante sta per ‘maschio’, nessuno fraintenda- avesse rappresentato una sorgente di ammirazione non l’ha indotta, al netto del suo No a priori, ad averne comunque un’idea relativamente positiva, a esserne compiaciuta e gratificata, in un umano e ‘secolare’ narcisismo. Questa vanesia tentazione ermeneutica non le è passata nemmeno per l’anticamera del cervello, anzi ella s’è incazzata, reputando che quel tizio avesse esulato dal seminato, non ottemperando, di fronte a una religiosa, al suo dovere di non guardarla come una femmina. La sua condanna è stata netta, tranchant, zeppa di risentimento culturale: ciò si deve dire, con lucidità scientifica, della sua reazione a livello di razionalità cosciente.
E a un livello più profondo, meno chiaro e distinto? Beh, l’inconscio d’una persona che sia donna e suora è solo l’inconscio d’una donna, non avendo nessun addentellato consustanziale con la seconda identità, esattamente come quello del Presidente degli Stati Uniti è l’inconscio di un uomo, non essendo condizionato in modo radicale dal suo potentissimo ruolo. Il numero uno USA, in altri termini, può tranquillamente fare un sogno, mentre è fra le braccia di Morfeo nella Casa Bianca, in cui lui sia solo, nella società, un travet amareggiato per uno stipendio troppo basso e per uno scarso numero di follower su un social network. L’Inc resta assoluto, asociale, rappresenta -fra l’altro- in una soggettività la potenzialità d’infinite tonalità interiori, anche, eventualmente, in paradossale antitesi con l’ingessato Ruolo ch’ella ha nella cosa pubblica. Come l’uomo più potente della Terra può ospitare, sotto sotto, pulsioni non in perfetta sintonia con la sua invidiata identità di superman, alto papavero nella stanza dei bottoni, così, analogamente e fatte le debite differenze, nell’inconscio d’una suora possono albergare contenuti psichici dissonanti rispetto alla sua ufficiale identità monastica.
L’incipiente, larvato corteggiamento che il signor Gustavo ha dedicato a Chiara, pur suscitando indifferenza e stizzita indignazione nella sua sfera cosciente, inducendola a fuggirne, a snobbarlo, a picchiarlo moralmente con un’ostilità che si tagliava a fette, dentro la sua interiorità ha iniettato inconfessabile compiacimento, una dose, inedita e trasgressiva, di vanità, e pure un seme di apertura, sia pur assai vaga, all’idea che ella potesse intravedere nel suo orizzonte un segmento rosa, una sua sezione potenzialmente amorosa.
Comunque quella vicenda, dal punto di vista squisitamente pratico, è finita lì. Gustavo voleva, lei no, e la donna si è lasciata alle spalle l’incidente di percorso.
Poco fa si è verificata la seconda puntata della serie “Tentazioni di una suora”. Stavolta il succo della storia è stato diametralmente opposto: lei forse voleva, lui no, nel senso che non ha avuto coraggio, ha rinunciato a ogni progetto di seduzione per sentirsi un soggetto ammodo, per non fare la figura dell’osceno satiro, dell’inverecondo satanasso tentatore.
Un denominatore comune fra le due esperienze, nel muliebre e delicato animo della signorina Polline, è stata un’elettrica, torbida, inquieta e inquietante eco nel suo mentale rapporto con il concetto di peccato sessuale. Chiara, dopo il bis della provocazione, sente scricchiolare ancor di più sotto i suoi piedi il terreno della sua tetragona rettitudine. La sua giurata castità, la sua istituzionale istanza di ascetica illibatezza, una dimensione allegoricamente paragonabile a una porta chiusa a chiave, ha subito un ‘upgrading’: una mano invisibile ha girato la key, e ormai il blindato serramento è socchiuso, da fuori si intravede una piccola parte dell’ingresso di tutta l’abitazione. Ahi, ahi, questo spiraglio! Se qualcuno non si limiti a spiare da fuori, sul pianerottolo…
Questo qualcuno è il maturo mandrillo Giovanni Borromei, in un incontro che accade l’indomani, in un negozio di libri usati, vicino Piazza Navona. Galeotto è il risicato spazio dell’esercizio. Sui suoi limitati metri quadrati è praticamente impossibile, per due astanti, ignorarsi vicendevolmente. I due clienti iniziano a chiacchierare, dopo che lei ha chiesto al titolare la cortesia di ordinare e procurarle un testo di Pierre Teilhard de Chardin e gli ha contestualmente inviato una domanda inerente al numero di giorni d’attesa. “Carlo, sorella, è un campione: velocissimo, fa quasi miracoli. Colgo l’occasione di farle i complimenti: le fa onore l’interesse culturale per questo autore”: con questa doppia sviolinata, una al libraio, una alla collega cliente, questo estroverso signore fa garbatamente irruzione nell’esistenza di suor Chiara. La donna abbassa le difese anche per il motivo, bellamente culturale, che ha fatto scoccare la scintilla del loro dialogo. Iniziano una conversazione, che albeggia sotto il tetto della bottega e prosegue anche oltre il suo perimetro, i due uscendone insieme. Il contenuto del loro bla bla bla è solamente, rigorosamente, innocentemente legato alla cultura.
Giovanni ha forse qualche maliziosa arrière-pensée, qualche lubrico secondo fine? Difficile rispondere a questo interrogativo. In effetti non è da escludere che finga di volerle parlare solo di libri per aggirare le sue autodifese in questa prima fase di conoscenza, prefiggendosi di cambiare pian pianino argomenti e stile, per avvicinarsi con scafato tatto a una sfera più sentimentale della di lei privacy. O forse il sessantenne -gli anni di lei sono 52- naviga a vista, nemmeno lui sapendo questa rotta in ultima analisi dove possa condurlo/i.
La loro amicizia prosegue, cresce, lievita mentre ognuno dei due evita di raccontare a sé una parte della verità che funge da motore in queste ore di frequentazione: lui piace a lei, lei a lui. In ogni rendez-vous la fa da padrona, nei rispettivi modi di fare, la parziale rimozione del suddetto e reciproco magnete. È però evidente che la diga degli infingimenti potrà crollare per implosione, sotto la pressione di un mare chiamato ‘voglia d’amare’.
E il patatrac avviene in un vertiginoso bacio, ineluttabile effetto di prodromi pieni di slancio dionisiaco verso il pianeta peccato, e preambolo di un’inevitabile escalation di giulebbe e perdizione. Lei dovrebbe apostatare da questa gustosa eresia, farne accorata palinodia, e invece, pur non priva di rimorsi, gli chiede nientepopodimeno che di lasciare la moglie, di cui è gelosa come un Otello in gonnella e tonaca. Ma il signor Borromei non se la sente. Quando ne parlano mena il can per l’aia, e il giorno in cui lei fa un pressing particolarmente insistente comincia a ciurlare nel manico.
Suor Chiara, capita l’antifona, scrive a un famoso giornalista, lanciandogli un S.O.S. culturale, e chiedendogli se, nonostante l’atteggiamento del suo partner, sia il caso di seguitare nella liaison. L’intellettuale le risponde ma non troppo: fra un occhiolino complice e una moralistica rampogna preferisce una reazione ibrida, simile a un mix fra la neutralità della Svizzera e l’atteggiamento di Ponzio Pilato.
Walter Galasso