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DI WALTER GALASSO

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Il Cantiere delle Donne è un’Associazione che ‘racconta’ donne e le aiuta a raccontarsi, le guida affinché possano attingere tutta l’eccellenza che meritano, ne crea una Rete, preziosa risorsa nell’etica d’una fulgida difesa dei loro diritti.
Importante evento nella prestigiosa storia del Femminismo italiano, merita, in ogni disamina che ne voglia lumeggiare esaustivamente il denso e brillante valore, un excursus approfondito, addirittura ab ovo. La sua diacronica evoluzione, in ogni suo step, dalla fase iniziale alle sue attuali manifestazioni, non si riduce tout court alla sua fenomenologia, già di per sé rilevante, includendo anche una caleidoscopica ricchezza a livello di ‘backstage’ e background. Ogni fatto ha un ulteriore senso dietro la sua esteriore facciata, perché le protagoniste sono attrici sociali con una poetica marcia in più.
‘Pasionarie’, nel senso più culturale del termine, esercitano ed estrinsecano con precisione scientifica la loro militanza, energicamente votata alla tutela della dignità delle Donne, e la innestano su uno slancio pulsionale bellamente romantico, con un suo valore intrinseco, anche a prescindere dai portati che ne scaturiscono. La storia della loro avventura gronda, in ogni singola fase, di un tourbillon di pulsioni, passioni, emozioni, provate in modo oggettivo e universale, nel senso che l’autenticità del loro engagement è palesemente imparentata con la teoretica convinzione che i diritti in oggetto siano inconcussi e universali. Spesso, nella cosa pubblica, qualche categoria perora un’idea Cicero pro domo sua: queste studiose, al contrario, sono campionesse che difendono tali diritti perché essi costituiscono un valore assoluto, non perché esse siano donne e abbiano un vantaggio nella disputa di questa tenzone.
L’indole di questo elegante e gagliardo duello -contro ogni vulnus e ‘virus’ nella salvaguardia politica di tale moralità – ha una sostanza non riducibile alla pur importante cronaca delle varie e sequenziali tappe. Abbisogna, affinché emerga in tutta la sua effervescente e preziosa pienezza, di un focus a trecentosessanta gradi, inclusivo anche di riflettori, letterari, puntati sull’animo di queste protagoniste, sulle emozioni albergate, di volta in volta, nei loro coraggiosi cuori. Inizio a narrare la nascita e lo sviluppo di questa Associazione commentando il ‘musicale’ incipit della “Presentazione”: “Eravamo tre amiche e colleghe al bar che volevano cambiare il mondo… e renderlo più paritario, per merito e professionalità delle donne”.
Corre un anno per certi versi vicino a quello attuale -poco più di un lustro fa, dicembre 2019-, ma abbastanza lontano nel tempo, interiore e vissuto, in cui la memoria, condizionata dalla sensibilità soggettivistica, rimembra la vigilia di un periodo molto negativo a livello internazionale, quello del lockdown. Nella raffinata amicizia di tre donne, intellettuali e poeticamente generose, aleggia un metaforico profumo di rosea potenzialità, in una vigilia che è franca voglia di progresso, autentica istanza di vera Democrazia. Anelano a una Mission che spesso è presentata come il paradigma e il logo di un ingenuo idealismo: cambiare il mondo.
I tanti, banali detrattori di questa aspirazione le imputano un sacco di omissis, la presentano come una fantasia che mentre esalta il ‘target’ e gli obiettivi culturali, meravigliosi, surrettiziamente tace il fatto che manchino un adeguato ‘budget’ e tutti gli strumenti per perseguirli e conseguirli. La denigrano come progettualità che non fa i conti con la dura realtà, un’esagerazione sbilanciata, nel funzionale e operativo rapporto fra mezzi e fine, verso quest’ultimo, amato a prescindere dall’inadeguatezza dei primi. Il Cantiere delle Donne, in un trionfo a priori, mette knock-out questi beceri pregiudizi.
L’iniziale ‘paragrafo’ della miniata “Presentazione” ha un incipit che allude a quello di una nota canzone di Gino Paoli, “Quattro amici”, in un’analogia che è quasi uguaglianza, ben più che mera parafrasi. “Eravamo tre amiche e colleghe al bar che volevano cambiare il mondo…”. La Weltanschauung cristallizzata nel brano può generare equivoci in interpretazioni precipitose. Può apparire emblema di larvato disincanto, cocciuto idealismo che pian pianino, a furia di delusioni cagionate da mancate vittorie, sfocia in distacco blasé, nel pragmatico crepuscolo di illusioni ingenue. Una chiave ermeneutica che non si attaglia appieno a quel componimento, che in ultima analisi, al netto della sua realistica sottolineatura dei tanti ostacoli fra il parto dei sogni e il soddisfacimento dei bisogni, veicola innanzitutto un lirico inno alla bellezza di ogni nobile ideale. E l’idea fucsia di Micaela Antonella e Alessia, del loro grintoso Cantiere, si ispira proprio a questa ottimistica nuance, alla convinzione che l’anelito a un sublime dettame meriti di essere alimentato dall’impegno, anche se nello svolgimento in fieri delle sue prime fasi qualcosa ne disturbi un facile successo.
Se si applichi la regola “Show, don’t tell”, norma cinematografica e narrativa, al racconto della reazione di un ascoltatore alla canzone di Paoli, bisogna presentare questo ipotetico fan come permeato di ammirazione verso chi in quel bar vola alto con il suo splendido, edificante sogno -a occhi aperti- di libertà e solidarietà e speranze. Qualcuno si arrende, molla, abdica a sé? No problem. “I più forti però siamo noi”, noi che ci crediamo, “Destinati a qualche cosa in più”. Nelle tre giornaliste, in questa emozionata vigilia dell’Associazione, in questo conto alla rovescia -a un tempo dionisiaco e apollineo- verso l’alba della loro amata creatura, pulsa questo spirito, ottimistico, pieno di fiducia nella razionalità di un’encomiabile battaglia, meravigliosamente finalizzata a difendere al cento per cento i Diritti delle Donne.
Rispetto al testo letterario a cui si ispirano, un brano molto suggestivo, queste protagoniste divergono solo nell’affrancarsi totalmente dalle sue sfumature vagamente malinconiche, da ogni residuo di sofferto scetticismo. Lì si registra un avvicendamento fra l’originario poker di ragazzi, gradatamente dimagrito e sfrondato, e altri quattro ragazzini, seduti vicino all’unico eroe, sopravvissuto alla tentazione di un omologato conformismo. Nell’équipe di Micaela Faggiani, muliebre squadra orientata verso un grande e nuovo orizzonte, trionfa invece un ottimistico convincimento: le persone che vorranno perorare questa causa si aggiungeranno sempre alle e ai precedenti fan, nessuna e nessuno si arrenderà strada facendo.
In “Quattro amici” ci sono la fulgida Tesi, rappresentata dalla credenza -‘belief’ in senso filosofico- nel valore di un mondo migliore, e un’ Antitesi, l’amarezza per i tanti ostacoli sul cammino. Le giornaliste, davanti a un aperitivo viola, caldeggiano, rispetto a questa contrapposizione, una specie di hegeliana sintesi. Vogliono porre in essere un efficace ed efficiente superamento della parte negativa. Corifee di un’avanguardia democratica, nella loro “scelta gentile”, come recita, con graziosa classe, il proemio dell’intero Manifesto, scendono in campo per rendere il mondo “più paritario, per merito e professionalità delle donne”.
Non casuale il cambio di registro stilistico, in una svolta che denota il talento anche letterario della dottoressa Micaela, brillante e versatile giornalista, e delle sue amiche e colleghe. Dopo il tono romantico, intonato a eroine che in un daydream vagheggiano una coupure del e nel sistema, la loro penna scolpisce, con politica precisione, un fondamento programmatico che ha il sapore della scienza, sa di esattezza, come si confà a un progetto che, lungi da una fiabesca inconcludenza, alieno da ogni sfumatura di sterile vaghezza, si accinga a scalare concretamente la Meta.
Altra sottigliezza semantica: prima sottolineano che vogliono cambiare l’universo e renderlo più paritario, e poi evidenziano che questo paradigma sarà realizzato dal merito e dalla professionalità del pianeta Donna. Perfetta impostazione gnoseologica, perché nel pianificato miglioramento della società sarà lo Stato ad aver bisogno della grandezza culturale delle donne, non il contrario.
Questo esordio, solo il primigenio livello dell’affascinante “Presentazione” in oggetto, è foriero del valore di tutte le tappe successive. Ognuna merita il dovuto approfondimento. Il presente scritto è solo la prima puntata della narrazione di questa galassia, sia etica che teoretica. Una preziosa e imprescindibile Istituzione culturale nel glorioso Femminismo italiano, che scelse proprio Campo de’ Fiori, nel 1972, per regalare alla società la sua prima, bellissima manifestazione.
Walter Galasso