NEW YORK,  2  BROADWAY MURALS,  MOSAICI  DI  LEE KRASNER,  UN’EROINA DELL’ ESPRESSIONISMO

NEW YORK,  2  BROADWAY MURALS,  MOSAICI  DI  LEE KRASNER,  UN’EROINA DELL’ ESPRESSIONISMO

NEW YORK,  2  BROADWAY MURALS,  MOSAICI  DI  LEE KRASNER,  UN’EROINA DELL’ ESPRESSIONISMO

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DI WALTER GALASSO

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   Lee (Lenore) Krasner è stata inserita da Philipp Demandt, direttore della Schirn Kunsthalle, nel gotha del modernismo postbellico statunitense. Già un interessante tributo: bisogna auspicare, ad maiora, che lieviti ulteriormente, in un processo di esponenziale rivalutazione, l’istituzionale rispetto verso questa fuoriclasse, spesso stimata ma non troppo, sì apprezzata ma non con la dovuta enfasi.
   Fulgido il valore di questa brillante e complessa figlia di New York, artista sensibile alla profondità gnoseologica della filosofia -la sua lettura, con acribia e pathos, di pensatori come Schopenhauer è una pietra miliare nel suo ‘Bildungsroman’-. Donna originale, grintosa, ribelle a livello profondamente razionale, non per motivazioni di serie B, come voler épater le bourgeois di riffa o di raffa. Aliena da acquiescente e gregale conformismo, mai caratterizzata da un’omologazione all’insegna di un neghittoso utilitarismo, ella si ribella nella misura in cui una trasgressione sia d’uopo in ambito artistico e/o politico. ‘Pasionaria’, coraggiosa paladina del valore della giustezza culturale e della giustizia politica, è protagonista di alcuni traumatici frangenti che possono fungere, in una specie d’ermeneutica sineddoche in senso lato, da dettagli esistenziali che la dicono lunga sull’intero senso della sua vicenda.
   Quando lo stato maggiore della Work Progress Administration -costruzione di opere pubbliche il suo core business- delibera drammatici tagli del personale, e una gragnola di licenziamenti si abbatte sul benessere di molti dipendenti, lei non ci sta, non si gira dall’altra parte, anzi all’apogeo di un edificante engagement si produce, il 2 dicembre 1936, in una ‘performance’ arrabbiata, protestando con veemenza in un barricadiero j’accuse on the road, che le costa un clamoroso arresto.
   A livello di militanza studentesca nella dimensione accademica fa scalpore la punizione che si busca assurdamente, nelle vesti di allieva della prestigiosa NAD, la “National Academy of Design”, per aver derogato a un interno canone disciplinare, dipingendo una figura senza permesso.
   Come minimo opinabile, nella storia dell’arte inerente alla sua tecnica, un assunto perorato da critici forse affetti dall’involontario vizio d’innestare il meccanicismo, e alcuni suoi derivati, nelle disamine di dimensioni interiori. Questi studiosi hanno messo un accento sulla sua tendenza a partire, nella composizione di un’opera pittorica, dall’alto della tela e dalla sua parte più orientale, per poi procedere da destra a sinistra, da nord a sud. Secondo loro in questa caratteristica si riflette l’andamento della scrittura ebraica. Mi permetto di dissentire da tale chiave di lettura, che presenta come un’intelligenza non assoluta, semplicisticamente condizionata da fattori non artistici, la poiesi d’una pittrice altamente libera nella sua inseità creativa e creatrice. Mi piace aggiungere che semmai, ammesso e non concesso che un’autrice di quadri possa in qualche modo riflettere negli usi e costumi del suo pennello quelli della sua penna, questa campionessa di Brooklyn dipinge con la stessa disinvoltura ed elasticità di chi attendeva alla scrittura bustrofedica, andando da ovest a est e viceversa senza alcun rischio di impasse nel vergare parole.
   Lee ha dovuto sciropparsi altri pregiudizi, in primis quello inerente al suo matrimonio. Lenore moglie di? Qui urge una risata omerica. Senza nulla togliere al rispetto che si deve all’autore di “No. 5”, capolavoro che dal 2006 al 2011 ha detenuto il record di opera più costosa a livello planetario, quando Lenore ha conosciuto Jackson Pollock, condividendo l’onore di esibirsi insieme a Picasso e Matisse nella Galleria McMillen, lui le era socialmente inferiore. E lei, secondo molti rigorosi studi, non gli è seconda neppure nella cronologia della categoria a cui ambedue appartengono nella storia dell’arte, cioè l’espressionismo astratto.
   È molto significativa l’inerenza della Krasner a questa importante corrente, e si aggiunge ai motivi per cui questa donna va reputata uno spirito libero, con un élan denso di pregnanza teoretica, anche in senso squisitamente narrativo. L’espressionismo, in una coupure che merita l’aggettivo ‘palingenetico’, rompe con l’ortodossa tradizione della verosimiglianza, una fedeltà che in passato ha funto, nella dimensione del Palazzo, da strumento usato dai potenti per raccontare, a sudditi spesso non in grado di leggere testi, la narrazione della propria forza. A un certo punto, anche per l’avvento della fotografia, scema l’ideologica importanza della facoltà di riportare con esattezza sulla tela il referente ontologico del soggetto, mentre si fa strada, negli animi più avvertiti, la consapevolezza di quanto sia topico descrivere generalmente gli a priori di ogni realtà, in primis colori e forme, e quella dimensione che può essere reputata la condizione delle condizioni: il sentimento -di chi guarda, di chi dipinge, in genere di chi esiste-. Lee Krasner è, nella sua identità di performante e geniale espressionista, una narratrice del suo oceano interiore, perciò assurgendo all’onore di veicolare, mediante le sue res gesta artistiche, un profumato, fortissimo spirito di Libertà psichica.
   Non è un caso un altro suo grande merito, ufficialmente riconosciuto solo in esigua parte: il suo ruolo storico nell’evoluzione del fenomeno metropolitano dei murales.
   Voglio fare in questa sede, prefiggendomi il dovuto approfondimento del fulgido valore di questa artista, un particolare riferimento a una sua (doppia) opera, molto famosa, un’altra gemma in quel di New York.
   Manhattan, 1958, Headquarter della società immobiliare Huris Brothers, non distante da Wall Street. Il vicepresidente Bob Friedman, nel restyling in fieri del building in vetro e alluminio, 32 piani, attinge a un think tank di architetti l’idea d’impreziosire l’immobile con due mosaici, uno -largo 20 metri e alto quasi 4- sull’ingresso e un altro sul retro, ma decide con la sua testa il nome a cui demandare l’incarico: Lee Krasner, perché questa geniale artista lo ha precedentemente sedotto con un’opera fatta con cascami di un’altra, in un riciclo a sublimi livelli.
   E lei sin dalla fase incipiente dell’esecuzione sprigiona libertà in qualità artigianale e quantità industriale. Taglia le lastre di vetro veneziano non in monotoni quadrati ma in modo casualmente irregolare, per plasmare i murales in modo da attribuirgli un non so che di astrattamente brillante. Probabilmente anche per arricchirli di una vaga assonanza con atmosfere del suo pittore preferito, Matisse. L’autrice riesce nell’impresa, dal sapore filosofico, di ampliare il senso dell’edificio, di farne venire a galla una completezza eclissata dalla sua fenomenologia, sabotandone la coerenza. L’intrinseca quintessenza della possente costruzione  abbisogna di essere integrata dall’alterità, in un completamento simile a quello, nella dinamica psicologica, tra una soggettività e il ruolo degli altri nella sua più esaustiva autocoscienza. Il palazzo è cromaticamente scabro, e i murales sono una caleidoscopica esplosione di sgargianti colori. Esso è squadrato, geometricamente regolare, in una monotonia potenziata dalla facciata a guisa di griglia; i mosaici, anche per il suddetto espediente tecnico, sono un tripudio di inebriante caos, ottimo anche, nel tourbillon e nel ‘melting pot’ di forme eteroclite, per consentire a qualche spettatore il gioco, tutt’altro che vietato ai minori, della pareidolia. E, last but not least, la donna disposta, pur di essere se stessa, alla punizione in un’Accademia e alla detenzione in un carcere -nel Tempo galantuomo a questi suoi avversari appartiene il copyright di una figuraccia- osa sferrare al quartier generale un ironico persiflage, alcune nuances dei murales arieggiando il palazzo vittoriano sulle cui ceneri esso è stato eretto.
   Un’eroina all’avanguardia, una donna e un’artista così emancipata che alcuni, a corto di sapienza, nemmeno si sono accorti di tutta la temeraria e colta latitudine della sua Libertà.

Walter Galasso